Storia di Bitti

Bitti è un caratteristico e suggestivo paese a nord di Nuoro, un piccolo scrigno con la vocazione a custodire tesori grandi e piccoli, tracce di una storia millenaria: la lingua, i costumi, il canto a tenore, i riti, le tradizioni.

Le prime notizie su un villaggio chiamato Bitti risalgono al periodo giudicale, quindi al Medioevo (siamo infatti intorno al 1324), un’epoca di cui sfortunatamente abbiamo poche testimonianze relative ai piccoli villaggi sardi. La leggenda vuole che nei pressi della fontana di Su Cantaru venne ammazzata una cerva (sa bitta per l’appunto) e proprio da questo episodio prese il nome l’abitato che si sviluppò nei pressi della fonte.

Poco dopo la conquista aragonese della Sardegna, la curatoria di Bitti che comprendeva i villaggi di Bitti, Dure, Gorofai, Lungu, Nuruli, Onanì ed Orune fu concessa dal re d’Aragona a Giovanni d’Arborea.

Intorno al 1588 lo storico sassarese Fara scrive sulla barbagia di Bitti:

“punteggiata da altissimi monti e ricca di bestiame più che di frumento; vi scorrono due fiumi e vi sono i 3 centri abitati di Bitti, Gorofai e Onanì”

Dopo vari avvicendamenti tra famiglie nobiliari riconducibili ai Carroz e ancor prima al marchese di Oristano nel 1614 Bitti andò insieme ad altri feudi a formare il marchesato di Orani.

Un altro erudito e storico, il bittese Giovanni Proto Arca negli stessi anni descrive il paese natale e i suoi boschi di ginepro lodandone le acque, il vino, le noci e “altre frutta”. Segnala anche una buona produzione di canapa e seta.

Si sa che a fine 800 il villaggio di Bitti in provincia di Sassari brulica di vita. Un bittese, Giorgio Asproni, si distinguerà tra i protagonisti dell’autonomismo sardo.

La Bitti contemporanea

Bitti è anche quel piccolo paese del nuorese che proprio nei primi anni del ‘900 viene reso celebre dal grande linguista tedesco Max Leopold Wagner per aver conservato pressoché intatti la pronuncia e il lessico del latino dell’epoca classica.

Per quanto piccolo Bitti è una vera culla di rarità etnografiche dai colori sgargianti.  A partire dal costume tradizionale che veste le donne, fatto di orbace e velluto, seta fiorata e panno rosso.

Dopo le guerre i bittesi scoprono la modernità e il cinema, l’Ariston che apre sulla via Deffenu e che accompagna per 40 anni l’immaginazione e le domeniche di centinaia di bittesi. Negli anni ‘60 viene inaugurato il Liceo Scientifico dedicato al grande antropologo Michelangelo Pira. Negli anni’70 si tenta l’avventura industriale con i grandi capannoni tessili costruiti nella zona di San Giovanni per dare lavoro ai giovani dei dintorni ma chiusi dopo poco tempo.

Bitti culla di cultura, tradizioni e natura incontaminata

Dagli anni ‘90 in poi con la ripresa degli scavi archeologici nel sito di Romanzesu fioriscono nuove attività commerciali legate alla ricettività turistica (agriturismi, hotel, gestione servizi turistici etc). La successiva crisi dei modelli economici tradizionali è collegata a una tendenza che vede cultura, territorio e turismo come leve dominanti per lo sviluppo locale. Nasce il Museo della civiltà contadina e pastorale mentre l’eredità degli austeri uomini e dei pastori capaci di improvvise e vellutate dolcezze nel magnifico canto a Tenore, diventato, con merito, “Patrimonio dell’Umanità” UNESCO, confluiscono in un Museo Multimediale, unico nel suo genere che celebra la fama di quest’arte resa famosa nel mondo proprio dai Tenores di Bitti.

Negli anni 2000 si avvia un serio processo di valorizzazione e tutela delle ricchezze archeologiche e naturalistiche del territorio che vede un punto di svolta nel 2014, anno in cui gli scenari unici e selvaggi dei boschi intorno a Bitti diventano parco naturale con l’istituzione del Parco di Tepilora.

Oggi come ieri Bitti è un paese che accoglie e unisce genti di tutto il mondo regalando loro l’eredità millenaria di una storia e una natura generose e autentiche, tutte da scoprire.